Ci hanno insegnato a immaginare il futuro come una linea retta. In realtà, i percorsi professionali sono fatti di deviazioni, tentativi e cambi di direzione. Ed è proprio questo a renderli autentici.
Quando si parla di futuro, spesso viene raccontata una storia molto semplice: studiare, laurearsi, trovare lavoro, fare carriera.
Una sequenza ordinata, lineare, rassicurante.
Il problema è che quasi nessuna vita reale funziona davvero così. Molti giovani crescono con l’idea che esista un percorso ‘giusto’ e che qualsiasi deviazione rappresenti un errore. Cambiare facoltà, prendersi una pausa, sbagliare strada o ricominciare da capo viene percepito come un fallimento. In realtà, queste esperienze sono spesso parte normale di un percorso di crescita autentico.
Le carriere non sono linee rette
Se osserviamo da vicino le vite di molte persone di successo (imprenditori, ricercatori, artisti o professionisti affermati) emerge un fatto sorprendente: i loro percorsi sono raramente lineari.
La realtà è fatta di cambi di direzione, tentativi, momenti di incertezza, periodi di stallo e ripartenze. Il cammino verso la realizzazione assomiglia più a un labirinto che a un’autostrada.
La narrazione del successo lineare nasce spesso solo dopo. Quando una persona raggiunge un risultato importante, il suo percorso viene raccontato in modo ordinato e coerente, come se ogni passaggio fosse stato inevitabile. In realtà, molte di quelle scelte sono state fatte tra dubbi, errori e circostanze impreviste.
La retorica del successo perfetto
Questo racconto semplificato del successo non è innocuo. Alimenta l’idea che tutti debbano seguire un percorso costantemente ascendente, senza pause né deviazioni.
Si tratta di una visione legata a una cultura fortemente orientata alla performance e alla competizione, dove il valore delle persone viene spesso misurato attraverso risultati immediati e visibili.
Questa prospettiva ignora fattori fondamentali come il contesto, le opportunità, la fortuna e, soprattutto, la natura disordinata dei percorsi di crescita umana e professionale.
Il risultato è che chi attraversa momenti di incertezza o cambiamento tende a sentirsi inadeguato o fuori strada, quando in realtà sta vivendo una fase assolutamente normale.
Il problema culturale: l’ossessione per non ‘perdere tempo’
Scuola e società trasmettono spesso, anche involontariamente, un messaggio molto chiaro: se un’esperienza non produce subito un risultato concreto, allora è tempo perso.
Questa mentalità vede il tempo come una risorsa da utilizzare nel modo più efficiente possibile, evitando deviazioni o percorsi incerti.
Ma questa visione è limitante. Il tempo non è solo produttività. È anche un processo di crescita fatto di scoperta, tentativi ed esperimenti.
Ogni esperienza, anche quella che sembra sbagliata, aiuta a capire meglio i propri interessi, i propri valori, ciò che non si vuole fare, scoprire chi si è davvero.
Le competenze non nascono dalla teoria, ma dalla pratica. Ogni tentativo, anche quello che non porta subito al risultato sperato, contribuisce a costruire esperienza e resilienza: spesso è proprio attraverso i tentativi che si può imparare.
Sperimentare percorsi diversi
L’età tra i 18 e i 20 anni è spesso un vero laboratorio di esperienze. Cambiare facoltà, prendersi un anno di pausa, provare attività diverse o impegnarsi in un progetto fuori dal proprio percorso non sono deviazioni inutili, ma esperimenti importanti per orientarsi.
Il miglior investimento di tempo, in questa fase della vita, non è quello che produce risultati immediati, ma quello che aumenta l’esperienza e la consapevolezza di sé.
Oltre il tempo lineare: una prospettiva filosofica
L’idea della carriera come linea retta deriva anche da un modo molto rigido di pensare il tempo, come una sequenza di tappe misurabili: anni, titoli, risultati.
Ma la vita reale funziona diversamente.
Il filosofo Henri Bergson descriveva il tempo come durata (durée): un flusso continuo in cui passato e presente si intrecciano e si trasformano costantemente.
Secondo questa prospettiva, ogni esperienza (anche un errore o una deviazione) non viene cancellata, ma entra a far parte di ciò che siamo e di ciò che diventeremo.
Il passato non è un peso da eliminare, ma una risorsa che contribuisce a costruire il futuro.
Il valore delle deviazioni
Le deviazioni, spesso, permettono di comprendere tre aspetti fondamentali:
• cosa ci interessa davvero
• cosa non fa per noi
• quali ambienti ci permettono di crescere
Senza questi passaggi molte scelte rischierebbero di essere casuali o dettate solo dalle aspettative degli altri.
Le esperienze non lineari, quindi, non rallentano il percorso: lo rendono più consapevole.
Imparare dalle storie reali
Uno degli strumenti più efficaci per orientarsi è ascoltare le storie di chi ha già attraversato percorsi simili.
Il mentoring, proprio per questo, si basa molto sulla condivisione delle esperienze. Non si tratta di raccontare storie perfette o di presentare il successo come qualcosa di semplice.
Al contrario, le storie più utili sono quelle autentiche: quelle che parlano apertamente di dubbi, difficoltà, errori e scelte complicate.
Quando un mentor racconta anche i momenti di incertezza del proprio percorso, crea uno spazio di riconoscimento e di fiducia. Il mentee può vedere che dietro ogni risultato c’è stato un processo fatto di tentativi e ripartenze.
È proprio in queste narrazioni imperfette che emerge una verità fondamentale: avere successo non significa non sbagliare, ma imparare dagli errori e continuare a crescere.



