L’orientamento dovrebbe aiutare a scegliere, ma spesso rischia di semplificare e persuadere. Ripensarlo significa restituire spazio alle domande, all’incertezza e alla complessità dei percorsi reali.
Quando si parla di orientamento universitario, l’idea è semplice: aiutare i ragazzi a scegliere il proprio futuro.
Ma se si guarda meglio a come funziona davvero, emerge una domanda scomoda: l’orientamento oggi aiuta davvero a scegliere, o cerca di convincere?
Un orientamento che promette risposte rischiando di diventare vendita.
Molti percorsi di orientamento sono costruiti attorno a una promessa implicita: scegli l’università giusta e la tua vita prenderà forma.
Open day, presentazioni, brochure, testimonianze: tutto tende a raccontare un percorso lineare, chiaro, rassicurante.
Scegli questa facoltà, acquisisci queste competenze, accedi a queste opportunità: spesso il messaggio sembra essere che la scelta giusta esiste, e si può essere aiutati a trovarla.
Ma cosa succede quando questa promessa incontra la realtà?
In molti casi, l’orientamento si avvicina più a un processo di comunicazione che a uno spazio di riflessione.
Le università devono attrarre studenti, i corsi devono riempirsi, le strutture devono sostenersi: tutto questo è assolutamente normale, ma è proprio qui che può nascere la tensione.
L’orientamento rischia spesso di diventare un racconto persuasivo, più che un processo esplorativo, non si tratta più solo di aiutare a scegliere, ma anche di rendere quella scelta desiderabile.
Narrazione semplificata e bisogno di certezze
Per poter funzionare questa comunicazione semplifica, riduce la complessità delle scelte reali in percorsi chiari e lineari:
Si segue una schema ideale secondo il quale
• studi questo → diventi questo
• scegli qui → arrivi lì
Ma la realtà raramente è così
Le carriere non sono lineari, gli interessi si trasformano, le scelte possono cambiare e soprattutto nessuna facoltà universitaria, di per se, risolve la vita.
Questo modello può funzionare perché incontra un bisogno molto forte: quello di avere certezze.
A 18 anni scegliere fa paura, e quando qualcosa promette chiarezza e direzione, è naturale (forse anche un pò comodo) fidarsi. Il problema è che questa sicurezza è spesso fragile.
Quando la scelta non corrisponde alle aspettative
Molti studenti, dopo aver scelto, si trovano in una situazione inattesa: il corso non è come immaginavano, l’interesse iniziale si affievolisce, emergono dubbi, cresce la sensazione di aver sbagliato: a quel punto si sentono la responsabilità tutta su di loro: ‘Ho scelto male’, ’Ho perso tempo’, ’Dovevo capirlo prima’.
Sono pensieri che possono nascere ma il problema, forse, non è solo individuale.
Ripensare l’orientamento
L’età tra i 18 e i 20 anni è spesso un vero laboratorio di esperienze. CambiareSe l’orientamento diventa uno spazio che promette risposte, perde una funzione fondamentale: aiutare a pensare.
Al posto di indicare strade già pronte e confezionate, rassicurare e semplificare, dovrebbe aprire domande, mostrare complessità, portare esperienze reali sulle quali ragionare e riflettere, legittimare l’incertezza.
Un orientamento diverso dovrebbe partire dal confronto con storie vere.
Non quelle perfette, ma quelle attraversate da errori, cambi di direzione, momenti di dubbio, scelte rimesse in discussione.
Ascoltando questo tipo di esperienze, la scelta smette di essere un punto definitivo e diventa un processo.
Un orientamento di tipo maieutico
Se si guarda da vicino, il successo non è quasi mai il risultato di una scelta perfetta iniziale.
È più spesso il risultato di tentativi, fallimenti, adattamenti, nuove direzioni.
E questo cambia completamente il senso dell’orientamento: non più trovare la scelta giusta, ma imparare a stare dentro le scelte.
Esiste un modo diverso di intendere l’orientamento, non come trasmissione di risposte, ma come costruzione di domande.
Un orientamento maieutico:
• non dice cosa fare
• non promette certezze
• non semplifica la realtà
Ma aiuta a:
• chiarire cosa conta davvero
• riconoscere le proprie motivazioni
• distinguere tra desiderio e pressione esterna
• accettare che il percorso possa cambiare
Forse il punto non è ‘Qual è l’università giusta?’, ma ‘Come posso iniziare a capire cosa ha senso per me?’
Non è una domanda che offre risposte immediate.
Ma apre uno spazio di riflessione.
L’orientamento rischia oggi di diventare il luogo in cui si cercano soluzioni rapide a domande complesse, ma le scelte importanti non funzionano così: non esiste una facoltà che sistemi tutto, non esiste una scelta perfetta.
Esiste un percorso.
E forse il compito dell’orientamento non è guidarlo dall’esterno, ma aiutare a iniziare a costruirlo dall’interno.


